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Sull’etichetta c’è scritto “artigianale”: ecco cosa garantisce davvero

📅 26 Agosto 2026✍️ di Redazione Tripodi⏱️ 4 min di lettura

Prendi un barattolo di pomodori, un sacchetto di biscotti o una vaschetta di pasta fresca. C’è scritto artigianale bello in evidenza, spesso in un font che ricorda il gesso su una lavagna. E tu, quasi automaticamente, pensi: piccola produzione, mani vere, ingredienti scelti uno per uno. È un’immagine rassicurante. Il problema è che quell’etichetta non è tenuta a dimostrare nulla di tutto questo.

Cosa dice (e cosa non dice) la legge su “artigianale”

A livello europeo, il Regolamento 1169/2011 stabilisce le regole generali sull’etichettatura degli alimenti: impone che le informazioni siano veritiere, chiare e non ingannevoli. Ma non definisce mai cosa debba intendersi per artigianale. La parola non ha una soglia produttiva, non ha un metodo obbligatorio, non prevede un controllo specifico.

In Italia esiste una normativa sull’artigianato in senso generale — quella che riguarda le imprese artigiane — ma non si trasferisce automaticamente in un disciplinare di produzione alimentare. Risultato: un’azienda con macchinari industriali e volumi importanti può, in certi casi, usare quella parola senza violarla formalmente, a patto che non crei un’impressione falsa nel consumatore medio. Il confine, però, è spesso sottile e difficile da far rispettare nella pratica quotidiana della spesa.

Allora la parola non significa niente?

Non è proprio così. Significa qualcosa, ma dipende da chi la usa e in quale contesto. Quando un fornaio di quartiere scrive pane artigianale su un cartellino, si riferisce a un processo reale che puoi osservare direttamente: il laboratorio è lì, i tempi di lievitazione li conosci perché il pane finisce alle undici. Quando la stessa dicitura compare su una confezione sigillata, in vendita in tutta Italia, il contesto è diverso e il significato diventa molto più vago.

Il punto non è che il prodotto confezionato sia necessariamente peggiore. Può essere ottimo. Il punto è che la parola artigianale su una confezione non ti dice nulla di verificabile su come è stato fatto, in che quantità, con quali impianti. Ti racconta una storia, non una procedura.

Come si legge allora l’etichetta per capire qualcosa di più concreto

Smetti di cercare la parola magica e guarda invece le informazioni che la legge obbliga davvero a dichiarare. Sono queste a dirti qualcosa di solido.

  • La lista degli ingredienti: sono in ordine decrescente di peso. Se il primo ingrediente è acqua o zucchero, sai già molto sulla composizione reale del prodotto.
  • Il nome e la sede del produttore o del confezionatore: capire se chi mette il nome sul barattolo è anche chi produce davvero, o se è un distributore che fa etichettare altrove, è spesso illuminante.
  • La presenza di additivi: non tutti gli additivi sono un problema, ma la loro presenza o assenza racconta qualcosa sulle scelte di processo. Un prodotto con molti conservanti non si comporta come uno pensato per durare poco.

Questi tre elementi sono obbligatori e verificabili. Artigianale non lo è.

C’è qualcosa che invece garantisce davvero una produzione diversa?

Sì, e sono le indicazioni geografiche e i disciplinari di produzione. Un prodotto con marchio DOP (Denominazione di Origine Protetta) o IGP (Indicazione Geografica Protetta) è vincolato a un disciplinare preciso, controllato da un organismo terzo e riconosciuto a livello europeo. Lì sai cosa aspettarti, perché qualcuno è andato a verificarlo.

Poi ci sono i prodotti a marchio del produttore diretto — un caseificio, una piccola conserveria, un pastificio che vendi conosci di persona o per reputazione consolidata — dove la parola artigianale è più vicina alla realtà perché il contesto la supporta. Non è la parola a fare la garanzia: è il contesto attorno a quella parola.

Il rischio del “suona bene”

Nel marketing alimentare esistono diverse parole che funzionano per evocare qualcosa senza impegnarsi a dimostrarlo. Artigianale è una di queste, insieme a naturale, genuino, tradizionale. Nessuna di queste è regolamentata in modo da renderla automaticamente affidabile su una confezione.

Questo non significa che i prodotti che le usano siano cattivi. Significa che stai comprando sulla base di un’atmosfera, non di un dato. E quando paghi di più per quell’atmosfera, vale la pena sapere che è esattamente quello che stai comprando.

La buona notizia è che non devi diventare un esperto di normative per fare una spesa più consapevole. Ti basta spostare l’attenzione: meno al fronte della confezione, dove vivono le parole evocative, più al retro, dove vivono le informazioni obbligatorie. Il fronte vende. Il retro informa.

La parola “artigianale” può essere considerata pubblicità ingannevole?

In teoria sì, se crea nel consumatore un’aspettativa falsa rispetto alla realtà del prodotto. In pratica è difficile da contestare perché il termine non ha una definizione legale univoca in ambito alimentare. Le autorità di controllo possono intervenire nei casi più evidenti, ma il confine è spesso sfumato.

Un prodotto “artigianale” confezionato dura meno degli altri?

Non necessariamente. La durata dipende dagli ingredienti, dal processo di conservazione e dagli eventuali additivi usati, non dalla parola in etichetta. Un prodotto che si definisce artigianale può avere una shelf life molto lunga se il processo lo prevede. Guarda sempre la data e le istruzioni di conservazione dopo l’apertura.

Come faccio a sapere se un produttore è davvero piccolo?

La sede del produttore è in etichetta. Una ricerca rapida sul nome dell’azienda ti dice spesso molto: se ha decine di referenze distribuite in tutta Italia, il profilo è diverso da un laboratorio locale. Non è un giudizio di qualità, è solo un dato utile per interpretare meglio quello che stai comprando.

Redazione Tripodi

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